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LA COSTA DEL VINO 

BOLGHERI VENDEMMIA (UVA E GELOSIA)
“L’INVIDIOSO LODA SENZA SAPERLO (GIBRAN)” 

Settembre, tempo di vendemmia. Ancora troppo presto per fare previsioni, i capricci del clima potrebbero rovinare tutto. Fino ad ora primavera ed inizio estate piovose,  e purtroppo qualche grandinata, per fortuna contenuta a poche realtà. Ma il caldo non è stato eccessivo e per il resto abbiamo avuto un buon soleggiamento. Il che, nel complesso, ha significato un maggiore impegno in vigna per prevenire le malattie fungine, un maggior carico di lavoro per il produttore ed un ritardo di maturazione rispetto alla media quantificabile in dieci-quindici giorni. Fattore assolutamente positivo, se tutto procede bene, perché in questo modo le varie maturazioni dell’uva, fenolica, zuccherina, aromatica, etc. procedono nel migliore dei modi, con calma e regolarità dando origine a vini fini ed equilibrati, profumati e longevi. Quei vini di qualità ai quali ci sta abituando la nostra costa, da Bolgheri ai territori limitrofi di Montescudaio e Val di Cornia.

 

Ma siamo in tempi di crisi ed il successo di alcuni porta allo scoperto le gelosie più livide di altri meno baciati dalla sorte.

Premetto che sono un appassionato di vini non palestrati, non caricaturali, ma caratteriali anche a costo di qualche spigolosità o difficoltà di interpretazione. Ho la cantina piena di piemontesi, dal momento che le mie prime esperienze accanto al Chianti, sono state Barolo, Barbaresco, Barbera, Dolcetto, Freisa. Sempre per restare in Italia, amo l’Aglianico, i vini dell’Etna, il Tazzelenghe e il Fumin. Non bevo certamente cabernet e merlot bolgheresi ogni giorno. Ma questo non significa che non li apprezzi o non capisca chi li predilige agli altri vini.

In giugno i produttori bolgheresi hanno ricevuto un messaggio accuratamente anonimo da parte di “un amico dei vini italiani”:  “Lavoro nel settore del vino e finalmente, dopo anni di ingiustificata infatuazione  comincio ad avvertire da parte degli operatori la nausea ed il rifiuto verso i vostri vini: omologati, tutti uguali, assolutamente non italiani e, soprattutto, non toscani. Oltretutto sfacciatamente ipervalutati al limite della.....Speriamo che Irene Grandi (che c’entra col vino?) segni l’inizio della vostra parabola discendente. Un amico dei vini italiani.” Chissà veramente cosa c’entra Irene Grandi e al limite di che cosa. Ma il nostro amico dei vini italiani non demorde.

Contemporaneamente sul blog di un noto giornalista del settore compare, questa volta firmato, lo stesso attacco: “Vendo vino in Toscana, nelle province occidentali, come rappresentante. I nemici dei rappresentanti ...sono principalmente le mode e il vino sfuso. Per mode intendo quelle linee di tendenza che hanno portato alla ribalta vini internazionali, uniformi, di facile ascolto e, soprattutto, molto ma molto ipervalutati. Quei vini che hanno alimentato operazioni di buon marketing, ma che hanno indebitamente sottratto mercato alle migliori espressioni della viticoltura toscana, che è assolutamente targata SIENA E FIRENZE. Ma ccme tutte le mode effimere e fasulle, anche quella di Bolgheri si sta lentamente avviando all’epilogo. Non è solamente il mio auspicio, è anche l’avviso di autorevoli osservatori del settore che accolgono con interesse crescente proposte fresche, anche extraregionali (grandioso, il nostro!!n.d.r.)  pur di dimenticare roba che piace solo ai russi”.

Sarebbe troppo facile ribattere al nostro amico, ricordandogli che la critica non sembra proprio pensarla come lui, sia a livello italiano che internazionale. Ma lui dirà che i critici non capiscono nulla e sono tutti prezzolati. E poi quei poveri e numerosi prodotti del centro Toscana con tanto di DOCG che si trovano su tutti gli scaffali della GDO, il cui contenuto è tutt’altro che la migliore espressione della viticoltura nostrana.

Ma non è finita: ci si mettono anche gli amici di Porthos. “Il revisionismo della critica enoica” di Sandro Sangiorgi, il 16 luglio pubblica un commento di Alessandro Franceschini sulla verticale storica di Lupicaia, organizzata al Cavalieri di Roma dal Castello del Terriccio. “Il Super Toscano  appare come un nobile decaduto…..I campioni in degustazione sono coerenti con una visione del vino che oggi potrebbe apparire anche passata, vetusta…..sono nati ricchi di orpelli, e sovrastrutture e moriranno tali.”

Verrebbe la voglia di ritornare a coltivar patate (Giovanni Chiappini mi ricorda sempre come erano buone le sue). 

Fortunatamente, però, la validità di un prodotto la dimostra l’apprezzamento del mercato e non il gracchiare dei corvi. Ed il mercato parla di una domanda che non si è mai spenta, di una crisi che si è sentita in maniera più contenuta rispetto a zone molto più pompate  a livello di marketing.

Basta venire a passare i mesi estivi nel Castagnetano per rendersi conto di persona del numero di visitatori che calano da ogni parte del mondo per venire ad assaggiare questi vini. Poi ci sono i grandi produttori e blasonati, da Bordeaux, da Napa, dall’Australia e via dicendo, che si recano nel bolgherese per studiare il fenomeno e prendere coscienza dello stile dei suoi vini.

Allora magari diciamo che i nostri borghi medievali rischiano di essere deturpati da un turismo troppo invadente, prendiamo provvedimenti per disciplinare il fenomeno, ma, per favore, smettiamola di sputare veleno su di un settore in piena salute apportatore di prestigio per tutti.

E soprattutto smettiamo di trasformare le proprie frustrazioni in velenosi, ingiustificati e soprattutto immotivati attacchi verso chi lavora seriamente e con impegno.

Il vino di Bolgheri e delle zone limitrofe di Montescudaio e Val di Cornia, è frutto di un duro lavoro da parte di produttori che non hanno niente da nascondere (troppo facile evocare lo scandalo del Brunello) e nessuno ha il diritto di denigrare gratuitamente e senza fondati motivi il frutto di questo lavoro. 

Paolo Valdastri
www.corrieredelvino.it